“Ragazzo accoltella insegnante origini”: perché questa ricerca su Google è il nostro vero problema

"Ragazzo accoltella insegnante origini": l'analisi delle ricerche su Google svela il nostro bisogno di trovare un colpevole. Ecco perché l'etica giornalistica non è censura, ma rigore.

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Smartphone in un ambiente oscuro con una ricerca Google sulle origini interrotta e un riflesso di un corridoio scolastico vuoto e sfocato.
La ricerca spasmodica di una causa esterna, tra pixel e corridoi scolastici vuoti.

C’è un dato che, nelle ultime ore, mi ha colpito più della cronaca stessa, per quanto terribile essa sia. Se aprite Google Trends e analizzate le ricerche degli italiani dopo l’accoltellamento della professoressa di francese a Trescore Balneario, troverete una combinazione di parole ricorrente, quasi ossessiva: “ragazzo accoltella insegnante origini”.

Mentre una donna lotta in ospedale e un ragazzino di terza media viene trasferito in una comunità protetta, una parte consistente del Paese sta usando lo smartphone come una sonda per scavare nell’albero genealogico dell’aggressore.

La rincorsa all’etnia: il pregiudizio come scudo

Mi sono chiesto: perché? Cosa cambierebbe sapere da dove vengono i suoi nonni o qual è il colore della sua pelle? Forse ci servirebbe a dormire più tranquilli? Se scoprissimo che il ragazzo ha origini straniere, potremmo catalogare l’orrore sotto la voce “problema di integrazione“, espellendo il male dal nostro perimetro di sicurezza. Potremmo urlare allo straniero e sentirci, per un istante, immuni.

Non è la prima volta. Nel gennaio scorso, a La Spezia, la morte del giovane Abanoub Youssef per mano di un compagno aveva scatenato la stessa identica dinamica. Ma qui siamo di fronte a un caso diverso, dove l’aggressore ha 13 anni. Non è imputabile, non è processabile, e lui stesso — con una lucidità che gela il sangue — lo ha scritto nel suo manifesto su Telegram prima di entrare in classe.

Etica e pertinenza: perché il giornalismo non è un motore di ricerca

Eppure, la domanda sulle sue origini resta lì, a galleggiare nel motore di ricerca. Come giornalista, sento il dovere di rifugiarmi in quella che è la nostra unica bussola: l’etica professionale. Ed è proprio l’etica a spiegarci perché nemmeno l’onnipotente Google può darci la risposta che molti cercano.

Nel giornalismo esiste un principio cardine: la pertinenza. Il Testo unico dei doveri del giornalista e la Carta di Treviso (che tutela specificamente i minori) parlano chiaro: si pubblicano solo i dettagli essenziali alla comprensione dei fatti.

Sapere che il ragazzo ha 13 anni, che frequentava la scuola Leonardo da Vinci, che era seguito per difficoltà relazionali e che ha pianificato l’attacco su Telegram è cronaca. Sapere se la sua famiglia sia originaria di Bergamo, del Maghreb o dell’Est Europa, in questo momento, è morbosità.

Quando l’origine diventa notizia (e quando è solo morbosità)

Perché la religione o l’etnia non sono state diffuse? Semplice: perché non spiegano il gesto. Non aggiungono nulla alla dinamica di un ragazzino che crolla sotto il peso di un disagio psichico e decide di diventare un “soldato” contro il sistema.

Scatto ravvicinato di una bussola d'ottone vintage su una pila di giornali aperti e un tablet moderno nascosto, con la lancetta puntata direttamente su un cartellino rosso con la scritta "Etica" stampata a mano.
L’etica professionale non è censura, ma la guida indispensabile per non smarrire il senso dell’informazione.

Sia chiaro: non è censura. È rigore. Se il 13enne fosse stato seguace di una setta religiosa il cui dogma prevede l’assalto ai docenti, allora sì: la sua appartenenza sarebbe stata pertinente. In quel caso, l’origine o il credo sarebbero stati il motore del crimine, l’elemento indispensabile per capire il “perché”.

Ma quando quel nesso manca, diffondere l’etnia produce solo due effetti distorsivi:

  • Sposta l’attenzione dal fatto al pregiudizio, suggerendo un legame che non esiste.
  • Marchia un minore con un’etichetta identitaria che distruggerebbe ogni possibilità di reinserimento futuro.

Oltre la cronaca: il vuoto sociale che non ha passaporto

Le autorità stanno mantenendo il massimo riserbo e noi di Effequadro facciamo lo stesso. Non per nascondere la verità, ma per proteggere la funzione stessa dell’informazione.

Cercare le origini di un ragazzino che ha appena distrutto la vita di una donna e la propria significa cercare una scorciatoia rassicurante per un male che invece è molto più profondo, trasversale e, purtroppo, terribilmente vicino a noi. Il vero dato su cui riflettere non è da dove venga questo ragazzo, ma in quale vuoto sociale e digitale siamo stati capaci di lasciarlo cadere.