
Prima dell’intervento dello Stato, quattro terreni agricoli per un’estensione di quindici ettari e per un valore di oltre un milione di euro, erano di proprietà del boss Francesco Schiavone alias Sandokan, capo del clan di camorra dei Casalesi. I terreni si trovano nella della Tenuta Ferrandelle, azienda di Santa Maria la Fossa, non lontano da Caserta. Proprio qui l’organizzazione criminale ha inciso profondamente sul territorio negli ultimi cinquant’anni.
Martedì 31 marzo 2026 la Corte d’appello di Napoli ha ordinato la confisca. Si tratta di una “correzione” del primo sequestro e della successiva confisca del 1996. Le aree sottratte al clan sono state assegnate alla società consortile Agrorinasce, che amministra centosessanta beni confiscati al fine di valorizzarli e a destinarli ad uso sociale.
Il carisma e la violenza: come nasce il mito di Sandokan
Proprio Agrorinasce si è accorta che su una parte consistente della tenuta non poteva accedere, visto che su una quindicina di ettari c’era stato un frazionamento degli appezzamenti di terreno, che erano poi rimasti nella proprietà dei prestanome di Sandokan. A seguito delle indagini della guardia di finanza di Caserta, anche gli ultimi terreni agricoli sono stati confiscati.
Da decenni, insomma, autorità giudiziarie e forze dell’ordine continuano a sequestrare pezzi dell’impero del clan dei Casalesi, la cosca fondata tra gli anni ’70 e ’80 da Antonio Bardellino.
Chi è Francesco Schiavone, alias Sandokan
Ma chi è Francesco Schiavone? Nato a Casal di Principe nel 1953, Schiavone viene detto Sandokan, soprannome derivante dalla somiglianza col personaggio televisivo interpretato da Kabir Bedi.
Un “alias” che richiama il comando il carisma e la violenza che accompagneranno tutta la sua parabola criminale. Schiavone è uno dei quattro capiclan che hanno di fatto ereditato il clan da Bardellino dopo la sua uscita di scena, insieme a Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine. Bardellino era intenzionato a trasformare una serie di bande locali in una struttura più moderna, quasi imprenditoriale, collegata alla Nuova Famiglia e contrapposta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Stando a numerose sentenze, proprio la fazione di Schiavone avrebbe assunto man mano il vertice assoluto del clan, attraverso un sistema fondato sul controllo del territorio, l’infiltrazione negli appalti pubblici e la gestione del traffico di rifiuti e del ciclo del cemento. Sandokan, insomma, per l’Antimafia non è stato un semplice capo armato, ma un regista capace di dialogare con imprenditoria, politica e colletti bianchi.
Tra anni ’90 e primi 2000, il clan dei Casalesi è considerato una delle organizzazioni mafiose più ricche d’Europa. Le fonti giudiziarie parlano di un sistema capace di muovere miliardi di euro, con interessi che vanno dal traffico di droga allo smaltimento illegale dei rifiuti, tema centrale nella cosiddetta Terra dei Fuochi.
La caduta e il silenzio: il carcere duro e la collaborazione
In questo contesto, Schiavone esercita un potere quasi assoluto. I collaboratori di giustizia lo descrivono come freddo e calcolatore e ossessionato dalla sicurezza personale, profondamente legato alla famiglia cresciuto in un contesto sociale segnato da povertà e illegalità diffusa. Ma capace di costruire consenso attraverso paura e controllo.
Imprenditori costretti a pagare, cantieri controllati, forniture imposte, ma non solo. Uno dei capitoli più pesanti delle inchieste sui Casalesi riguarda lo smaltimento illegale dei rifiuti, ricostruito da numerose inchieste e confermato in sede giudiziaria. Il clan, sotto la guida di Schiavone, gestiva lo sversamento di rifiuti industriali provenienti da tutta Italia nelle campagne tra Caserta e Napoli.
In alcune dichiarazioni ai magistrati, collaboratori hanno raccontato di terreni trasformati in discariche abusive con il consenso forzato dei proprietari o con intimidazioni. Francesco Schiavone detto Sandokan è stato arrestato nel 1998. Da allora è detenuto in regime di 41-bis, il cosiddetto carcere duro previsto per i capi mafiosi. Le sentenze definitive lo condannano all’ergastolo per associazione mafiosa, omicidi, traffico di droga ed estorsioni.
Per decenni, Schiavone è rimasto una figura muta, impermeabile, fino alla collaborazione con la giustizia nel 2024, cui ha fatto seguito quella del figlio Nicola. Relazioni della Dia e atti della Commissione Antimafia hanno più volte sottolineato come, nonostante la detenzione, il suo nome continui a rappresentare un punto di riferimento simbolico per il clan, anche se la gestione operativa è passata ad altri esponenti.


