Perché il giornalismo di guerra rischia di scomparire

L’allarme lanciato sul giornalismo di guerra dal responsabile dell’ufficio di Baghdad dell’Afp, Sammy Ketz, che dalle pagine di Le Monde scrive agli europarlamentari

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Il giornalismo di guerra rischia di scomparire. E’ l’allarme lanciato dal responsabile dell’ufficio di Baghdad dell’Afp, Sammy Ketz, che dalle pagine di Le Monde scrive agli europarlamentari. Il 12 settembre prossimo verrà votata a Strasburgo la direttiva sul copyright, uno spiraglio di salvezza, secondo Ketz, per i cronisti dai fronti bellici. Oltre 40 giornalisti hanno aderito all’appello, tra i firmatari anche gli italiani Lorenzo Cremonesi e Alberto Negri.

giornalismo di guerra

“Non possiamo più mandare giù la menzogna diffusa da Google e Facebook – sostiene – secondo cui la direttiva minaccerebbe la possibilità di accedere a Internet gratuitamente. Il libero accesso al web durerà perché i giganti della rete, che ora usano contenuti editoriali gratis, possono rimborsare i media senza chiedere ai consumatori di pagare.”

Circa il vituperato articolo 11 della normativa, per i firmatari rappresenta un “grande passo avanti”, in quanto ottempera “alla necessità di proteggere gli investimenti nei contenuti, di rendere la gestione del diritto d’autore adatta all’ambiente digitale, di far sì che lo sfruttamento dei contenuti giornalistici sia equo e di assicurare l’esistenza di una stampa in salute, democratica, plurale e libera, a beneficio dei giornalisti europei, dei cittadini e della democrazia europea”. Inoltre, vengono esclusi “chiaramente i collegamenti ipertestuali (hyperlinks o link)” e non vengono penalizzati i lettori che condividono gli articoli sui social, “dato che si applica unicamente agli utilizzi da parte dei fornitori di servizi della società dell’informazione”.

“Siamo concreti. In più di 40 anni di carriera – spiega l’inviato dell’agenzia di stampa francese –, ho visto il numero di giornalisti sul terreno diminuire in maniera costante, mentre i pericoli non smettevano di crescere. Noi siamo diventati obiettivi e i reportage costano sempre più cari. Finita l’epoca in cui andavo alla guerra in giacca o in maniche di camicia, con un taccuino in tasca, al fianco del fotografo o dei videoperatore, oggi c’è bisogno di giubbotti antiproiettili, di elmetti, di auto blindate, talvolta di guardie del corpo per evitare di essere rapiti, di assicurazioni. Chi paga queste spese? I media, e costa”.

Per il corrispondente di guerra i colossi del net devono retribuire gli addetti ai lavori, per permettere loro di “continuare a vivere” e per partecipare alla “libertà di stampa alla quale si dichiarano legati.” L’approvazione della riforma è necessaria per un’informazione libera e sostenibile “perché se i giornali non avranno più giornalisti, non ci sarà più quella libertà a cui i deputati, quali siano le loro etichette politiche, sono attaccati”. “Facebook e Google non impiegano alcun giornalista e non producono alcun contenuto editoriale, ma si remunerano con la pubblicità associata ai contenuti che i giornalisti producono”, continua Ketz. È quindi “tempo di reagire”. L’Europarlamento deve “votare massicciamente a favore dell’applicazione dei diritti connessi alle imprese di stampa in modo da tenere in vita la democrazia e uno dei suoi simboli più rimarchevoli: il giornalismo”.

Facciamo un passo indietro. Lo scorso luglio il Parlamento ha respinto – con 278 voti favorevoli, 318 contrari e 31 astensioni – l’avvio dei negoziati con Consiglio e Commissione Ue sulla proposta di modifica della legge sul copyright, dopo giorni di pressioni e proteste da parte sì dei colossi telematici, ma anche del “popolo di Internet”, di Wikipedia e di esperti del settore. Chiariamoci: una modifica del diritto d’autore è necessaria per una degna distribuzione dei profitti derivanti dalla diffusione di contenuti online. Giornalisti, editori e creatori di contenuti in genere, a fronte dei miliardi incassati dalle multinazionali del web, ricevono solo le briciole senza vedersi riconoscere il giusto valore per il lavoro svolto. La direttiva in oggetto ha come ratio proprio la correzione del value gap, ma rischia alcune distorsioni che la rendono una potenziale norma liberticida, provocando la soccombenza di coloro che si prefigge di salvaguardare.

Due sono gli articoli della discordia: l’11 e il 13. In base al primo, l’editore deve essere pagato se in una notizia viene inserito un link, con un’eventuale citazione o sintesi, e, soprattutto, ogni volta che un articolo viene indicizzato. Negli anni, gli aggregatori hanno aggiunto sempre più informazioni ai link elencati fino ad inserire, oltre al titolo, foto e snippet (cioè una citazione o un riassunto del contenuto che appare sotto al titolo), rendendo quasi inutile l’apertura dei siti, con conseguente calo del traffico. La norma, dunque, è lodevole per il tentativo di riconoscere ad autori ed editori la fatica svolta, ma in concreto obbliga la rinegoziazione degli accordi con gli aggregatori, che, forti della loro posizione, potrebbero – perché no – “costringere” il contraente debole a consentire il pieno utilizzo dei suoi snippet, pena l’esclusione dall’aggregatore. Gli unici a poter scendere a patti sarebbero i grandi gruppi editoriali, mentre le realtà minori dovrebbero, per forza di cose, accettare le condizioni.

Ancora più insidioso è l’articolo 13 che prevede un controllo preventivo su ogni contenuto caricato dagli utenti per verificare che non vi siano violazioni di copyright e poi consentire la pubblicazione online. Insomma, una presunzione di illegittimità fino a prova contraria e l’articolo 21 della Costituzione che va a farsi benedire. Anche stavolta, oltre alla censura, incombe soprattutto sulle piattaforme più piccole, e indipendenti, il rischio di scomparire. I contenitori, secondo la norma in questione, devono dotarsi degli strumenti adatti alle verifiche e, se i colossi sono in grado di affrontare tali spese, le realtà minori sono destinate a chiudere bottega o a pagare multe su multe. Non solo: l’intelligenza artificiale è differente da quella umana. Qualunque sistema tecnologico non è in grado di percepire sfumature proprie dell’intelletto umano, determinando un vero e proprio disastro censorio.

Non mancano nemmeno gli errori di metodo. La proposta di direttiva non tiene conto del mondo digitale come a sé stante, ma applica sistemi che andrebbero bene nel mondo reale. Gli intermediari vengono responsabilizzati, dando loro il potere di decidere cosa può rimanere o meno in rete senza alcuna competenza in merito: l’humus ideale per miriadi di contenziosi contro i colossi che, ovviamente, potranno permettersi solo altri titani. E, mentre ci si accapiglia su una norma che, se tutto va bene, verrà recepita dai singoli Stati nel 2021, quando sarà già troppo vecchia per essere applicata, la direttiva ecommerce, che regolamenta le responsabilità dei provider, è addirittura diventata maggiorenne.

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