I giornalisti figli di mezzo tra due epoche: il M5s e la stampa

Tra lettori irrimediabilmente webeti e altri che non smettono di chiedersi dov'erano i giornalisti quando il Paese e le città avevano bisogno di loro

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Era il 9 febbraio del 2017 quando scrivevo su Facebook che i giornali e i giornalisti “devono pagare lo scotto di anni e anni di perdita di credibilità, di contatto con la realtà, di autorevolezza”. Che i giornali “hanno capito tardi i cambiamenti, affossando il futuro di chi si avvicinava alla professione”.

giornalisti m5s stampa

Era il tempo di una delle prime polemiche tra Movimento 5 Stelle e giornali/giornalisti/giornalismo/stampa. Prima che il M5s andasse al Governo e mettesse bene in chiaro che per la carta stampata, brutta, sporca e cattiva, fosse ora di andare in soffitta.

Chi mi conosce sa che non sono mai stato tenero con la mia categoria, che ho particolarmente criticato giornali e giornalisti, anche locali, nella mia tesi di laurea. Così come non sono mai stato tenero con i diffusori professionisti di bufale. Il giornalismo per anni si è fatto del male da solo ed in buona parte è il responsabile della nascita di quei movimenti che lo additano come corresponsabile a sua volta della crisi politica, economica, sociale che attanaglia il Paese intero.

Questo è accaduto perché per molto tempo ha smesso di svolgere quel ruolo fondamentale intrinseco nelle istituzioni democratiche. Il giornalismo, o l’editoria, come vi pare, ha lasciato ampi spazi alla deriva. Ciò che affermano membri del Governo oggi è una conseguenza che era prevedibile, non auspicabile per chi crede nel mestiere più bello del mondo, certo, ma prevedibile.

Cosa facciamo allora? Aboliamo i fondi, lasciamo in vita chi se lo può permettere, ossia i veri grandi responsabili della crisi del settore della stampa, e lasciamo morire chi, forse, sui territori “difficili” ha sempre fatto il proprio dovere? Troppo facile, troppo stupido.

Voglio solo ricordare a tutti quelli che dicono che un giornale è un’impresa e che per tale principio se non vendi i tuoi giornali devi morire, che non è proprio così. Un giornale non è un’impresa come le altre. E non lo dico per andare incontro a chi parla del giornalismo come di una “missione”. Con la storia della missione, anzi, ci hanno preso in giro per anni, convincendoci a lavorare come muli e lasciandoci quasi alla fame. No, niente di tutto questo. Il lavoro va pagato e rispettato.

I contributi all’editoria, invece, nacquero seguendo il principio dell’importanza del pluralismo dell’informazione. Una voce “forte” che magari si lega al potere politico o imprenditoriale, avrà sempre modo di stampare e di raccontare la propria versione. Senza i contributi, quelle voci forti sarebbero rimaste le uniche in gioco: accadeva sotto le dittature, non sarebbe dovuto accadere mai più.

Le leggi italiane sono bellissime, peccato per gli italiani che hanno sfruttato i contributi per rubacchiare, stampare per finta, scappare col malloppo. Chi ha sbagliato deve pagare, ma chi deve controllare deve controllare meglio e non cercare di sopprimere tante voci. Voci che ora urlano. E guai a chiedere pietà.

I giornali sono fatti dai giornalisti, e molti di noi non sono esenti da responsabilità per quanto sta accadendo. Eppure proprio ora abbiamo una grandissima opportunità. Noi siamo i figli di mezzo tra due epoche, noi scriveremo la storia per quanto accadrà da adesso in poi. Ora più che mai dobbiamo rimboccarci le maniche, recuperare la fiducia dei lettori.

Anche di quelli che ci vogliono morti o agonizzanti, anche di quelli che spammano fake news come non ci fosse un domani. Alcuni sono irrimediabilmente webeti, altri non smettono di chiedersi dov’erano i giornalisti quando il Paese e le città avevano bisogno di loro. Voglio scriverlo ancora una volta: è il giornalismo la via d’uscita alla crisi del giornalismo. Ora più che mai.

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